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Il Palazzo ducale di Mantova spaventa i turisti e gli stessi mantovani per le sue dimensioni assolutamente fuori scala. Eppure come in tutte le cose basta affrontarle a piccoli passi, riducendo in frammenti più piccoli le parti della sua storia. Pensiamo ad esempio ai quadri che sono conservati in Palazzo Ducale e che nella maggior parte dei casi non sono collegati alla storia delle collezioni gonzaghesche ma provengono da chiese soppresse. Perché allora non suggerire una selezione di quadri da cercare, riscoprire ed osservare durante la vostra prossima passeggiata alla reggia dei Gonzaga? E’ un modo inedito di affrontare la storia di Mantova, dei Gonzaga e degli artisti che hanno frequentato la città. Partiamo allora da 5 quadri tra santi, Bonacolsi e Gonzaga per non tacer di Rubens…

Cacciata dei Bonacolsi – non si può non partire dal primo quadro che si presenta davanti appena salite le scale che conducono al piano nobile. Si tratta della Cacciata dei Bonacolsi, dipinta dal veronese Domenico Morone nel 1494, al tempo di Francesco II Gonzaga. E’ uno dei quadri che appartenevano sicuramente alla collezione dei Gonzaga e che rientra a Mantova all’inizio del ‘900. Il pittore celebra il colpo di stato di Luigi come un’azione di libertà contro i tiranni e descrive la piazza non come era nel 1328 ma come lui la vede alla fine del quattrocento. Vi si vede la facciata gotica del Duomo (oggi sostituita da quella del XVIII secolo) e il Palazzo del Capitano, identico a come lo vediamo oggi. Una curiosità: la facciata di Palazzo ducale è uguale a quella del quadro perchè il dipinto fu utilizzato come modello per restaurare l’edificio.

San Francesco intercede presso la Vergine per la città di Mantova – è un quadro del pittore mantovano Francesco Borgani (1618 circa), proveniente dalla chiesa di Sant’Agnese. San Francesco è rappresentato nell’atto di mettere la città sotto la protezione della Vergine probabilmente per un epidemia di peste, come sembrano evidenziare i resti umani indicati dal santo. Quello che però è la parte più interessante del quadro è il profilo di Mantova, vista dalla Rocca di Sparafucile. Si vedono i campanili e le torri che richiamano la “Manhattan padana” della definizione di Philippe Daverio ma soprattutto manca un elemento oggi predominante nelle vedute di Mantova. Il Cupolone di Sant’Andrea, costruito ala metà del 1700. Due ultime curiosità: il ponte di San Giorgio è ancora coperto e fortificato e si intravede ancora la Palazzina della Paleologa (proprio in corrispondenza dell’indice di San Francesco) demolita ai primi del 1900 per lasciare libera la vista del Castello.

La famiglia Gonzaga in adorazione alla Trinità – è il capolavoro che troneggia al centro della parete principale del salone degli Arcieri. E’ l’unica rimasta a Mantova delle tre tele dipinte da Pietro Paolo Rubens per la chiesa gesuitica della Santa Trinità (oggi sede dell’Archivio di Stato in via Ardigò). La famiglia Gonzaga in adorazione alla Trinità era la pala principale e rimase a Mantova in modo rocambolesco, le altre due pale del trittico sono finite invece a Nancy (La Trasfigurazione) e ad Anversa (il Battesimo di Cristo). Il quadro fu malamente (e forse dolosamente) restaurato dal pittore Felice Campi che ritagliò i ritratti dei cinque figli del Duca Vincenzo Gonzaga (i tre eredi maschi e le due femmine) che furono venduti sul mercato. Oggi infatti a chi lo guarda il quadro sembra un puzzle malriuscito per gli inserimenti di frammenti di tela in posizioni incongruenti.Rimangono fuori dalla tela: un alabardiere, un cagnolino e il ritratto di Francesco IV.

La moltiplicazione dei pani e dei pesci – questo immenso lunettone è posto proprio di fronte al Rubens e subisce la stessa sorte della tela delle Nozze di Cana di Paolo Veronese al Louvre: nessuno la guarda perché tutti si focalizzano sulla Gioconda e girano le spalle al Telero. Eppure quet’opera di Domenico Fetti è un capolavoro del pittore romano, arrivato a Mantova al seguito del cardinal Ferdinando. Cristo è al centro della scena, su una specie di altura che si raggiunge per mezzo di gradini scavati nella terra, come se fosse un palcoscenico. Si nota tra i gruppi di figure che assistono al miracolo una donna atteggiata come la Melanconia e un cane, forse riferimento al nome del padre del pittore Pietro (in spagnolo cane si dice perro). L’opera proveniva dal refettorio del convento di Sant’Orsola di cui rimane solo la chiesa e una parte dei portici del chiostro in via Bonomi.

Le copie dei Cesari di Tiziano – si tratta di una delle tante serie che riprende il famoso ciclo degli undici Cesari dipinti da Tiziano per il duca Federico II Gonzaga. La serie originale fu venduta dalla famiglia nel 1628 e andò persa a Madrid nell’incendio dell’Alcàzar. Queste copie che potrebbero risalire alla fine del 1500 sono state acquistate a Venezia dallo Stato italiano nel 1924 con il contributo di privati e della Società per il Palazzo Ducale e furono destinate alla decorazione del Camerino dei Cesari in Corte Nuova. La serie “veneziana” comprendeva tutti i 12 Cesari mentre quella tizianesca si fermava a 11 (con Domiziano mancante). A volte i turisti quando le guide parlano di copie non guardano nemmeno le opere, eppure qui si tratta di documenti storici importantissimi perché le tele sono l’unico modo di farsi un’idea degli originali perduti.