Tag

, , , , ,

Mantovastoria vi fa gli auguri di Buona Pasqua con la Risurrezione di Cristo, dipinta da Piero della Francesca a Sansepolcro, suo paese natale.
Se non l’avete mai visto è il momento di colmare la lacuna e partire per la Toscana. L’esperienza è di quelle da non perdere anche perché questo affresco è davvero strabiliante e non può lasciare indifferenti*.
Basti pensare che per lo scrittore inglese Aldous Huxley scrisse che si trattava della “più bella opera del mondo” e questo contribuì a salvare l’affresco di Piero durante la seconda guerra mondiale. Nel 1945 il capitano inglese Anthony Clarke ha l’incarico di liberare il paese di Sansepolcro e comincia a cannoneggiare il borgo. Si ricorda però di aver letto quando era giovane un saggio** di Aldous Huxley dove lo scrittore parlava di Sansepolcro, di Piero e della sua risurrezione.
Allora questo soldato inglese decise che non si poteva proseguire nel bombardamento con il rischio di perdere “la pittura più bella del mondo” e così fece, rischiando la corte marziale visto che aveva disubbidito agli ordini. Ecco cosa scrive il capitano Clarke: “Dovevo avere diciotto anni quando lessi un saggio di Aldous Huxley. Ricordavo con chiarezza il racconto del suo faticoso viaggio da Arezzo a Sansepolcro e, tuttavia, quanto meritasse farlo quel viaggio, dato che a Sansepolcro c’era la ‘Resurrezione’ di Piero della Francesca, ‘la più bella pittura del mondo’. Feci un calcolo dei bossoli sparati e fui sicuro che se non l’avessi già distrutta, avrei potuto, proseguendo il bombardamento, danneggiarla gravemente. E feci cessare il fuoco”.
Una storia davvero incredibile questa, quando la lettura può salvare un capolavoro e far risorgere, nel vero senso della parola, un paese martoriato dalla guerra.
Auguri ancora e, se non l’avete ancora fatto, andate a Sansepolcro!
* Famose le parole che nel 1927 lo storico dell’arte Roberto Longhi dedicò alla Risurrezione di Sansepolcro: un Cristo “orrendamente silvano e quasi bovino fermo sulla proda del sepolcro a contemplare i suoi poderi di questo mondo”
** Il saggio si intitolava “Along the road: notes and essays of a tourist” del 1925

Per approfondire
Sito del museo civico di Sansepolcro
Una nota sul Capitano Anthony Clarke
Un articolo del Corriere sul salvataggio della Risurrezione
La fondazione dei Monuments Men
– Due lettere pubblicate dal New York Times sul salvataggio dell’affresco di Piero: Fausto Braganti, Robert Wolcott

Una coincidenza che mi fa piacere e che aggiungo oggi alle 9.49 al post. Un bell’articolo di Marco Carminati dal Domenicale del Sole24ore sul restauro dell’affresco di Piero della Francesca.

Il «Risorto» restaurato
È stato un restauro complesso e durato anni (2015-2018) quello che ha riportato in vita la celeberrima Resurrezione di Cristo dipinta da Piero della Francesca nella “sua” Sansepolcro. Davanti all’opera risuonano alla mente le grandiose parole di Roberto Longhi: «Una calma supremamente spettacolare come non s’era ancora vista, una distensione puramente contemplativa e spaziale, che anche nel più drammatico degli argomenti è una delle più alte proprietà di Piero… La Resurrezione di Borgo presenta il momento più trionfale del mito cristiano… il Cristo che risorge è l’asse, il perno stesso della fede cristiana. Ma di che naturale dolcezza Piero sa avvolgere questa tremenda, immobile certezza! Come la luce di un sole che, dopo la lunga stagione invernale, rinasca in un’alba di aprile è il manto del Cristo che, in quel lume, si accende rosato, quasi che un albero di pesco sia fiorito segretamente nella prima notte di primavera. I guardiani del sepolcro… dormono ancora, nulla sapendo di quel che avvenne durante la notte. Il Cristo, orrendamente silvano, quasi bovino, torvo colono umbro levatosi ancor prima dell’alba, poggiato un piede sull’orlo del sarcofago come sulla proda del campo, guarda contristato i luminosi poderi di questo suo tristo mondo».
Il restauro del Cristo «orrendamente silvano» – realizzato dall’Opificio delle Pietre Dure di Firenze e dalla Soprintendenza di Arezzo e in parte sostenuto dal generoso contributo di Aldo Osti – s’era reso urgente a causa della solfatazione e dei distacchi di pellicola pittorica e intonaci. I restauratori hanno prima effettuato una pulitura e poi hanno agito per fermare il degrado. Un degrado causato non solo dal tempo ma anche da drastiche “puliture” con acqua e soda caustica (sic!) che furono inflitte al dipinto nell’Ottocento e che hanno cancellato gran parte delle finiture “a secco” realizzate dal maestro per ottenere effetti di verità simili a quelli delle pitture su tavola. I danni si notano soprattutto nelle colline dietro il Cristo risorto: il paesaggio risulta appiattito essendosi conservata solo la stesura di base verde, sulla quale andavano a sovrapporsi in origine i dettagli della vegetazione.
Oltre alla salvaguardia materiale dell’opera e al recupero della sua leggibilità, il restauro ha fornito nuovi dati storici. In particolare s’è chiarito che – pur essendo il dipinto realizzato su un muro interno del Palazzo della Residenza (oggi Museo Civico) – quella che vediamo oggi non era la sua collocazione originaria. Grazie a una campagna diagnostica s’è potuto chiarire che la Resurrezione venne trasportata da una parete all’altra, e che tale trasporto fu particolarmente complicato. Infatti, non si trattò di uno “strappo” nella modalità moderna, dove a essere strappato è solo il sottile strato di intonaco dipinto: qui siamo di fronte a una delle più antiche operazioni di “trasporto a massello”, ovvero del taglio di tutto il muro retrostante l’affresco e del trasporto del blocco del masso da un punto all’altro del palazzo. La collocazione originaria della Resurrezione non è nota con certezza, tuttavia s’ipotizza con buoni argomenti che l’opera possa esser stata dipinta sulla facciata esterna del Palazzo della Residenza, e più precisamente sopra l’arengario, il punto dal quale le magistrature cittadine si affacciavano per parlare al popolo. Tale punto coincide più o meno con l’attuale porta-vetrata aperta in corrispondenza del dipinto per farlo vedere anche dall’esterno. Però, quando avvenne questo “trasporto eccezionale” non è dato sapere.
Purtroppo, il restauro non ha portato risposte a un altro quesito decisivo: la datazione del dipinto. Gli studiosi l’hanno fatta oscillare fra il 1450 e il 1465. Nuove ricerche documentarie, svolte in occasione del restauro, si spingono a proporre una datazione più tarda, intorno al 1470. Ma stiamo comunque navigando nel mare incerto delle ipotesi.
Il soggetto della Resurrezione di Cristo è strettamente legato alla città di Sansepolcro, che ai tempi di Piero si chiamava Borgo San Sepolcro. Una pia leggenda vuole che la fondazione della città sia legata all’arrivo di alcune reliquie del Santo Sepolcro portate qui dalla Terra Santa dai pellegrini Arcano ed Egidio. Piero della Francesca avrebbe dunque dipinto una sorta di “stemma” della città, che Vasari considerava «dell’opere sue la migliore» e il romanziere Aldous Huxley definì: «la più bella pittura del mondo» (1924).
Fu proprio questa citazione di Huxley a salvare l’affresco durante la Seconda guerra mondiale. Il capitano alleato Anthony Clarke così ha ricordato quanto accadde nel luglio del 1944: «Mi comandarono di trovare un punto d’osservazione che dominasse Sansepolcro e presi a cannoneggiare la città. Ma non riuscivo a scorgere da nessuna parte il nemico. In fondo alla mente prese a tormentarmi un interrogativo: perché il nome di Sansepolcro lo conoscevo già? L’avevo sentito da qualche parte e doveva essere stato in relazione a qualcosa di importante. Ma non mi tornava in mente né dove, né quando. Poi, avemmo una visita. Si trattava di un ragazzo. Domandammo: “Tedeschi? Sansepolcro?” indicando la città. Lui scosse il capo e additò le colline. I tedeschi avevano abbandonato la città. Fu allora che all’improvviso mi tornò in mente perché conoscevo già il nome di Sansepolcro: “La più bella pittura del mondo!”. Qui c’era la Resurrezione di Piero della Francesca! Feci cessare immediatamente il fuoco. Il giorno dopo entrammo a Sansepolcro e domandai dove si trovava la pittura. L’edificio era intatto. Mi precipitai dentro: eccola! sana e salva, e magnifica! Talvolta mi chiedo come mi sarei sentito oggi se avessi sul serio distrutto la Resurrezione di Piero».
Marco Carminati