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Quando si cammina per la città dove si vive spesso ci si dimentica di alzare gli occhi. A Mantova questo accade anche ai mantovani, vuoi perché troppo presi dai loro affari, vuoi perché oramai hanno fatto l’abitudine alla bellezza del centro storico e non la scorgono più. Invece è proprio cambiando il punto di vista che si scoprono particolari interessanti e soprattutto le storie più divertenti o inconsuete. Oggi proviamo a suggerirvi di camminare con il naso all’insù per scorgere dettagli poco noti in una torre, un campanile o un voltone. Perché a Mantova alzare gli occhi vuol dire rendersi conto che la città è meravigliosa e se vi capita con un cielo azzurro come quello di questi giorni è un’emozione da non perdere (il quadro è un olio su tela di Giancarlo Businelli).

La gabbia – è il particolare che dà il nome alla torre che si alza da Palazzo Acerbi su via Cavour, di fianco al voltone di San Pietro. Questa gabbia si dice sia stata posta sulla torre al tempo di Guglielmo Gonzaga e fa il paio con gli altri balconi “ingabbiati” del poco lontano Palazzo ducale. Si trova a circa 30 metri d’altezza (la torre ne misura 55) ed è una vista appassionante per i turisti che si fermano di solito all’angolo di via Accademia e rischiano la vita con gli automobilisti che, insofferenti, vogliono attraversare il flusso ininterrotto di persone che puntano a piazza Sordello. Le domande più frequenti sono: ma gli davano da mangiare, come facevano i condannati per il bagno? Si conoscono i nomi dei prigionieri? A quest’ultima possiamo dire che nelle carte d’archivio un borseggiatore fu imprigionato nella gabbia per ben 3 mesi e l’unica sua fortuna fu quella di non essere colpito dai sassi e dagli sputi che di solito si riservavano ai delinquenti messi alla gogna a livello stradale.

La testa sul campanile – Mantova non è città di statue eppure sulla cattedrale (il Duomo per i mantovani) ne troviamo almeno 8, anzi 9. Ed è proprio la nona che ci interessa perché è la meno evidente eppure la più importante. Si tratta della piccola testa che si intravede in cima al campanile del duomo, tra le due file di arcatelle che circondano le campane. E’ una scultura che risale ai tempi dei romani e venne posta sul campanile a scopo apotropaico, in altre parole per scongiurare gli influssi maligni e a protezione della città. Così come avveniva nell’antica Grecia (o per andare più vicini a noi a Sabbioneta) con il palladio. Pochi mantovani si accorgono di lei: vuoi perché troppo in alto, vuoi perché nascosta fino al secolo scorso. Se infatti la testolina si vede nel dipinto di Domenico Morone del 1494 con la Cacciata dei Bonacolsi, fu coperta non si sa in che epoca per essere riscoperta in occasione di un restauro del campanile. Quella che vedete oggi è una copia, mentre l’originale è al Museo Diocesano.

Gli anelli sotto l’arco – il voltone dell’Arengario collega il Palazzo del Podestà (il “sindaco” delle città medievali) al Palazzo del Massaro (“l’assessore al bilancio” dei comuni del medioevo). Da piazza Broletto mentre si prosegue verso via Giustiziati vi invitiamo a guardare in alto per scorgere ancora gli anelli utilizzati per comminare la tortura dei “tratti di corda”. Senza scendere troppo nel dettaglio questa tortura consisteva nel legare i polsi dietro la schiena al condannato e poi innalzarlo facendo gravare tutto il peso sulle spalle in una posizione innaturale. A questo punto si lasciava cadere il poveretto per un tratto bloccando la corda all’improvviso. Non è casuale che gli anelli siano collocati sotto questo voltone posto di fianco alle prigioni della Torre del Podestà in una piazza detta “delle carceri” (oggi Broletto). A completamento del tutto una via Giustiziati e se si guarda verso la torre della gabbia la vista dell’altro strumento di tortura.

Lo stemma del podestà – rimaniamo in piazza Broletto e proviamo ad alzare gli occhi verso la torre comunale del Palazzo del Podestà. Sopra la piccola casetta cinquecentesca e ben sotto l’orologio, sulla sinistra possiamo vedere uno stemma. E’ l’emblema di uno dei tanti podestà che passarono per Mantova e la governarono anche durante il periodo gonzaghesco. Questo stemma è particolarmente interessante perché realizzato in terracotta invetriata, secondo lo stile dei Della Robbia e dei tanti emblemi che troviamo sui muri dei palazzi comunali toscani come ad esempio a Volterra o a Montepulciano. Il podestà era il fiorentino Gabriele Ginori e l’anno il 1494. A chi volesse vedere da vicino questo piccolo capolavoro suggeriamo di non arrampicarsi sulla torre (lo stemma appeso oggi è una copia) ma di recarsi al Museo della città in San Sebastiano dove è conservato l’originale e dove potrà notare i classici festoni di frutta, le sei palle medicee, lo stemma dei Gonzaga e del Papa e il giglio di Firenze.

La pubblicità medievale – la facciata della Casa del Mercante (il milanese Boniforte da Concorezzo) è una di quelle più ammirate dai turisti che usciti dalla Rotonda di San Lorenzo si spostano verso la basilica di S.Andrea. Le decorazioni gotiche in terracotta che circondano le finestre e gli eleganti fregi in cotto sono davvero strabilianti. Ma il particolare forse meno conosciuto eppure più interessante si trova proprio al di sotto del portico che fronteggia la casa. Nel fregio posto al di sopra delle vetrine infatti il mercante decide di farsi scolpire un bassorilievo che evidenzia i beni venduti all’interno della sua bottega: si intravedono dei guanti, degli speroni o oggetti che possiamo trovare in qualsiasi negozio dedicato alla casa come cucchiai, coltelli o semplici ciotole. E’ un’insegna pubblicitaria medievale che risale al 1455 e che non stona in una casa bottega posta di fianco alla piazza del Mercato (piazza Erbe) e a due passi dai portici che chiudono la Basilica di Sant’Andrea che possiamo considerare un ipermercato benedettino costruito dai monaci al servizio dei pellegrini (qui trovate altri dettagli sulla casa del mercante).

Giacomo Cecchin

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