Di regola i post su questo blog non sono molto lunghi per lasciare spazio alle curiosità o agli stimoli dei lettori.
In questo caso facciamo un’eccezione perché pubblichiamo un estratto di un testo del 2004 intitolato Mantova e Ferrara: alle radici delle signorie padane. L’obiettivo della pubblicazione (la trovate in biblioteca a questo link oppure potete richiederla scrivendo a info@mantovastoria.it) è proprio quello di evidenziare le affinità elettive tra queste due città e invitare mantovani e ferraresi a riscoprire questi antichi legami.
Per chi volesse un’anticipazione ecco i titoli dei paragrafi che parlano delle somiglianze
1. Il Castello
2. La Cattedrale
3. Le mura
4. Il ghetto e la comunità ebraica
5. Il triplice sviluppo urbano
6. Le delizie e Palazzo Te
7. Il Concilio di Ferrara e la dieta di Mantova
8. Il preziosissimo sangue
9. La bicicletta
10. Il fiume
11. la salama da sugo e il cotechino

Due curiosità: tra queste affinità nel testo del 2004 c’era una assenza importante: il titolo di patrimonio dell’umanità dell’Unesco. Mentre Ferrara era già nella lista Unesco dal 1995 (questo il titolo “Ferrara, Città del Rinascimento e il suo Delta del Po”) Mantova e Sabbioneta lo diventarono solo il 7 luglio del 2008.
Mantova e Sabbioneta – patrimonio unesco

Ferrara, città del Rinascimento e il Delta del Po
Ma c’è anche un’altra assenza fondamentale e vediamo chi tra i lettori la individua.

L’illustrazione è presa dalla locandina della discesa a remi tra Mantova e Ferrara che si terrà a settembre 2017 (qui il link al sito della manifestazione).

Mantova e Ferrara: sorelle o cugine?
Ferrara ha origine antiche ma non antichissime. Rispetto alla tradizionale data della fondazione di Mantova (VII-VII secolo prima di Cristo) è in ritardo di almeno un millennio.
Le prime notizie di Ferrara risalgono infatti al periodo longobardo quando si parla di un ducato. Da qui inizia la crescita lenta ma costante della città e si arriva alla posa della prima pietra della cattedrale nel 1135. Prima degli Este è possedimento dei Canossa che, come la vicina Mantova, la mantengono all’interno dei propri domini fino alla morte di Matilde (1115).
Gli Este arrivano invece un po’ più tardi, agli inizi del 1200 e consolidano progressivamente il proprio potere. La città vive la sua storia di capitale fino al 1598 con le sue tre addizioni, i suoi duchi, i suoi bastioni, le sue artiglierie. Dopo la devoluzione diventa una della tante province dello stato pontificio, vivacchiando fino ai giorni nostri in un metafisico isolamento.

Il Castello
Il Castello di Ferrara è costruito su progetto di Bartolino da Novara a partire dal 1385. E’ il marchese Niccolò II che decide di trasformare l’antica Torre dei Leoni in una vera e propria fortezza urbana circondata da un fossato e protetta da rivellini, bertesche e caditoie in linea con i canoni della migliore architettura militare. E’ una grande ribellione interna a spingere gli Estensi a costruire una fortezza, pensata come rifugio in caso di sommosse popolari e simbolo del potere della famiglia dominante.
Le similitudini con il castello di Mantova sono molte. I Gonzaga infatti chiamano a costruire la propria rocca urbana lo stesso Bartolino da Novara, cui la tradizione attribuisce anche il progetto per il quattrocentesco Santuario delle Grazie.
Il castello di Mantova è più piccolo di quello estense e ha mantenuto all’esterno la sua cortina muraria originale assieme ai torrioni coperti e alle merlature ghibelline. Il vero tesoro della rocca di San Giorgio è all’interno del torrione che guarda il ponte sui laghi: qui Mantegna dipinge la Camera picta, capolavoro del rinascimento italiano.
A Ferrara invece nel cinquecento il castello è trasformato in una dimora signorile con l’aggiunta di altane, balconcini marmorei al posto delle merlature e giardini pensili. Il castello perde infatti ogni esigenza difensiva quando con l’addizione Erculea si viene a trovare al centro della città, vero e proprio perno dell’impianto viario. Prima invece era sulla linea delle mura che correvano sul tracciato dell’attuale corso della Giovecca.
Ultima annotazione per costruire il castello di Ferrara gli Este si indebitarono fortemente con i Gonzaga. Il matrimonio tra il figlio di Nicolò III, Leonello, e Margherita Gonzaga servì a ristabilire almeno in parte le finanze ferraresi grazie alla dote portata dalla principessa mantovana.

La Cattedrale
La cattedrale di Ferrara intitolata ai santi Giorgio e Maurelio, è un esempio ineguagliato di commistione tra romanico e gotico italiano: un vero e proprio palinsesto architettonico, analogo al duomo mantovano. Provate a osservarlo in Piazza Sordello: il campanile romanico, il fianco gotico dei Dalle Masegne, il fronte tardo barocco del Baschiera e l’interno rinascimentale progettato da Giulio Romano.
A Ferrara la cattedrale ha una facciata scolpita che risale al 1135 con modifiche gotiche successive nelle tre cuspidi che richiamano il dogma trinitario. Il lato destro, sempre gotico, conduce fino all’abside in cotto e marmo progettata da Biagio Rossetti, passando per il campanile marmoreo (unico edificio in città rivestito interamente da questo materiale) che la tradizione attribuisce a Leon Battista Alberti. Non dimentichiamo l’interno rifatto nel settecento che ha portato il tempio da cinque navate a tre esaltandone le dimensioni fino all’affresco absidale del Giudizio universale realizzato nel ‘500 dal Bastianino.
Inoltre Ferrara ha avuto anch’essa due cattedrali (Mantova le ha tutt’ora): la prima quella di San Giorgio, oltre il Po di Volano, prima sede vescovile della città intitolata al patrono e la seconda, quella attuale, vicino al cuore politico della capitale estense.
Un’ultima annotazione: guardate le botteghe addossate al fianco destro della cattedrale ferrarese. Il porticato non può non ricordarvi le case quattrocentesche che chiudono l’ingresso laterale della concattedrale di S.Andrea, prospicienti su Piazza Erbe. Un vero e proprio “centro commerciale” al servizio dei pellegrini e dei fedeli nel cuore di entrambe le città.

Le mura
E’ strano mettere le mura tra i tratti comuni alle due città, considerato che a Mantova non ne esistono più se non brevi tratti e anche questi accuratamente nascosti (si veda ad esempio un bastione superstite nei pressi della chiesa del Gradaro).
Entrambe le cinte murarie rendevano le città roccaforti imprendibili. Mantova cadrà solo grazie ad un lungo assedio e al tradimento, Ferrara solo per decreto pontificio con la devoluzione. La città emiliana grazie alla conservazione delle mura ha mantenuto la sua forma urbis. Mantova nonostante la perdita delle mura (quanta stupidità in quest’atto inutile) ha potuto mantenere l’assetto urbano del suo centro grazie al fossato naturale costituito dai laghi, che le ha permesso di conservare uno dei profili più belli del mondo.
La costruzione della cinta bastionata di Ferrara è un vero e proprio capolavoro di architettura militare. I torrioni, i bastioni a asso di picche, i contrafforti, le controscarpate, i terrapieni il fossato sono parte di una terminologia militare che propone il campionario completo dell’architettura difensiva del cinquecento, dopo l’introduzione massiccia dell’artiglieria pesante.
Persino Michelangelo passa per Ferrara a studiare la cinta fortificata che è attualmente conservata in gran parte (circa 9 km) ed è un vero e proprio polmone verde, una naturale pista ciclabile e soprattutto un punto di osservazione privilegiato di una città che non supera i 9 metri sul livello del mare.

La comunità ebraica
Mantova e Ferrara entrano di diritto in un itinerario ebraico europeo per le loro tradizioni e la storia di una comunità vivace e ben protetta dalle angherie subite in altri luoghi.
Nella città emiliana la comunità ebraica si stabilisce a partire dal XII secolo ed è composta soprattutto da ebrei di origine tedesca e più tardi dai sefarditi sfuggiti alla persecuzione spagnola,. I rapporti con la famiglia Estense saranno sempre abbastanza tranquilli e non si parlerà di ghetto ma solo di quartiere ebraico fino all’arrivo dei legati pontifici. La zona della comunità è quella vicina alla Cattedrale che trova il suo asse sulla via Mazzini dove ancora oggi si affaccia la sinagoga affiancata da un interessante museo ebraico.
Mantova ha una comunità altrettanto importante (da una sua costola nasce la comunità ebraica di Milano), quasi sempre protetta dai Gonzaga per il suo importante ruolo finanziario oltrechè di stampatori e di medici. Anche a Mantova il ghetto arriva tardi così come l’inquisizione mal vista perché introduce in città un potere alternativo a quello dei Gonzaga. Le strutture del ghetto si possono ancora riconoscere dietro il palazzo della Ragione, entrando da via dottrina cristiana (quale sottile ironia per la strada principale del quartiere giudeo) per arrivare poi alle due piazzette centrali ed uscire su via Calvi dove si affacciano la sinagoga e la cosiddetta casa del Rabbino.
La Shoa, lo sterminio della seconda guerra mondiale, ha determinato la quasi scomparsa di entrambe le comunità che faticosamente mantengono le proprie tradizioni. A Mantova rimane una biblioteca di testi ebraici tra le più importanti al mondo, oltre al suggestivo cimitero della comunità e alla presenza di sinagoghe in vari paesi del mantovano (Pomponesco, Sabbioneta, Rivarolo Mantovano etc.). A Ferrara la comunità ebraica rivive nelle storie ferraresi di Giorgio Bassani e nel suo romanzo di Ferrara che dipinge in modo affascinante e malinconico personaggi e storie della città.

Il triplice sviluppo urbano: le addizioni e la città dalle tre cerchie
Ferrara all’inizio della sua storia ha una forma allungata, schiacciata su un ramo del fiume Po che progressivamente si interra e si sposta più a nord privando i ferraresi del loro porto fluviale. Gli Este ampliano il centro urbano con tre successive addizioni: quella di Nicolò II (1386), quella di Borso (1451) e quella più famosa di tutte nota come l’addizione erculea dal nome di Ercole I d’Este che ne è l’autore. E’ la più evidente ancora oggi. Progettata dall’architetto urbanista Biagio Rossetti, l’addizione erculea raddoppia la città, ponendo al suo centro il castello estense, dimora e simbolo del potere degli Este. Perno ottico e baricentro della nuova addizione è il crociale del Palazzo dei Diamanti, dimora costruita per Sigismondo d’Este, fratello di Ercole. L’edificio è ricoperto da 8500 bugne di pietra che riproducono la forma del diamante, uno degli emblemi della famiglia estense.
A Mantova la città si sviluppa progressivamente a ventaglio e in direzione obbligata (dall’altra parte ci sono i laghi): si parla di tre cerchie con riferimento alle diverse cinte murarie che si sono succedute. La città della prima cerchia è riferita all’attuale Piazza Sordello e vedeva uno dei muri di cinta principali sul tracciato dell’odierna via Accademia (il fossato dei buoi). La seconda cerchia si fermava al Rio, canale che chiude la città comunale. Qui sorgono i due grandi conventi degli ordini predicatori: i francescani all’interno del Rio e i domenicani subito all’esterno del canale ma ben vicini al centro urbano. La terza cerchia arrivava invece al livello dell’attuale viale Risorgimento, sulla linea del Palazzo di San Sebastiano.
Le mura a Mantova non ci sono più ma provate ad osservare la città dall’alto in una delle sue tante foto: è facile ritrovare le diverse espansioni urbane di uno dei centri storici considerati a ragione da Vittorio Sgarbi tra i più belli d’Italia insieme alla sua Ferrara e alla Vigevano della piazza ducale.
Non dimentichiamo inoltre che anche Mantova ha il suo piccolo palazzo dei Diamanti: basta ricordare il basamento di Palazzo Valenti in via Frattini che riprende esattamente la decorazione delle facciate del palazzo ferrarese.

Le delizie
I ferraresi amano pensare che “le delizie” siano un’invenzione estense: lasciamoli fare. In realtà se gli Este hanno tracciato la via con le ville del Belvedere, di Belriguardo, di Schifanoia e da ultimo la palazzina di Marfisa, i Gonzaga hanno portato il genere al massimo livello possibile: il palazzo del Te.
Le delizie sono le ville che gli Este dedicano allo svago del principe, all’ozio operoso, alle rappresentazioni teatrali. Purtroppo oggi sono solo un pallido ricordo di quello che dovevano essere al tempo del ducato. Ma ancora ci fanno intuire il passato splendore: basti pensare al Salone dei mesi affrescato da Francesco del Cossa ed Ercole de’ Roberti per il duca Borso d’Este con la rappresentazione della vita di corte oppure all’elegante loggia degli aranci della palazzina di Marfisa.
Palazzo Te a Mantova non ha bisogno di presentazioni. Giulio Romano vi esprime il suo genio e la sua creatività, Federico II le sue aspirazioni. I suoi affreschi rappresentano uno dei capolavori del tardo rinascimento italiano. La villa del Te è costruita appena fuori delle mura cittadine e non subisce il destino delle delizie estensi progressivamente inglobate all’interno della cinta fortificata di Ferrara. Anche a Mantova numerose erano le ville estive della famiglia oggi purtroppo non più esistenti come ad esempio quella di Goito, di Marmirolo o di Porto Mantovano.

Il concilio di Ferrara e la dieta di Mantova
Ferrara e Mantova sono accomunate anche dall’essere state sede di due importanti avvenimenti politico e religiosi nel XV secolo. La città emiliana ha infatti ospitato nel 1438 il Concilio ecumenico che avrebbe dovuto riunire la chiesa d’Occidente con la chiesa d’Oriente. Se i risultati del Concilio furono effimeri per Ferrara e gli Este fu un grande risultato. Ad esempio arrivò in città l’imperatore di Costantinopoli Giovanni Paleologo, immortalato in una famosa medaglia di Pisanello, e tra gli artisti Leon Battista Alberti, abbreviatore pontificio. L’architetto di origini genovesi sarà presente anche a Mantova nel 1459 alla dieta convocata dal Papa Pio II per lanciare una crociata contro i turchi che avevano conquistato Costantinopoli nel 1453. Nonostante il fallimento della riunione, Mantova diventa centro del mondo per otto mesi e Ludovico II Gonzaga inizia la trasformazione della città in senso rinascimentale.

Il preziosissimo sangue
I sacri vasi di Mantova, conservati nella cripta secentesca di S.Andrea, contengono la reliquia più preziosa della cristianità: la terra del Calvario imbevuta del sangue di Cristo raccolta da Longino, il soldato romano che ferisce Cristo al costato. La storia del preziosissimo sangue raccontata magistralmente dagli affreschi di Giulio Romano è millenaria. Sono infatti ormai passati 1200 anni dal momento in cui il Papa Leone III passa per Mantova per certificarne l’autenticità. Non ci sono più i numerosi pellegrini che nel medioevo affollavano la città, ma i mantovani sono tuttora legatissimi alla cerimonia che si svolge ogni venerdì santo e si conclude con la processione che porta i sacri vasi per le vie della città.
Anche Ferrara ha il suo preziosissimo sangue, di origine più recente ma altrettanto importante. Occorre andare nella chiesa di S.Maria in Vado, nella cappella a destra del transetto. Qui nel 1171 sarebbe avvenuto il miracolo del Preziosissimo sangue. Il dubbioso Pietro da Verona mentre celebrava la messa, giunto alla “fractio panis” vede uscire il sangue dall’ostia consacrata in modo talmente violento e con tanta abbondanza da macchiare la volta della cappella.
Nel 1500 si provvede a trasportare in luogo ritenuto più degno la muratura ritenuta oggetto della manifestazione divina. Attualmente si trova all’interno della struttura marmorea realizzata da Alessandro Balbi, su commissione di Alfonso II.

La bicicletta
Ferrara è la capitale della bicicletta. In nessun’altra città, forse addirittura a livello europeo, si trova una concentrazione così alta di bicicli utilizzati in tutti i periodi dell’anno e favoriti da una rete di piste ciclabili e dal piattume padano che vede le salite più ripide in concomitanza con gli accessi ai terrapieni della cinta muraria.
In realtà tutta la bassa padana è il regno delle due ruote e anche Mantova non si discosta da questa abitudine. Anche qui ci agevola l’altimetria poco significativa della città anche se rispetto a Ferrara noi possiamo vantare il nostro Gran Premio della Montagna nelle attuali via Teatro vecchio e Via Corte verso la Piazzetta paradiso o in via Tazzoli con “ripida” discesa verso piazza Arche (il dislivello tra Via Tazzoli e Via Accademia dovrebbe essere nel punto massimo di quasi tre metri).
Infine facciamo giustizia alla bicicletta della bassa padana che non è la mountain bike o più italianamente rampichino ma è quella nera o di colore indefinito, magari senza freni e senza parafango su cui si pedala alla diotifulmini come scriveva Guareschi in uno dei suoi inimitabili racconti.
“La vera bicicletta, quella che popola le strade della Bassa, non ha freno e i suoi copertoni devono essere debitamente sbudellati indi tamponati con trance di vecchie gomme, in modo da creare nel tubo pneumatico quei rigonfiamenti che poi permettono alla ruota di assumere uno spiritoso movimento sussultorio. Allora la bicicletta fa veramente parte del paesaggio e non dà neppure lontanamente l’idea che possa servire a dare spettacolo: come appunto succede con le biciclette da corsa, che rispetto alle vere biciclette sarebbero come le ballerinette da quattro soldi nei confronti delle brave e sostanziose donne di casa. D’altra parte un cittadino queste cose non riuscirà mai a capirle perché il cittadino, nelle questioni sentimentali, è come una vacca nella melica”.
Da Don Camillo e il suo gregge, Giovannino Guareschi.

Il Fiume
Ferrara ha perso il suo Po e anche il suo delta che attualmente è quasi completamente in territorio veneto. Ma non ha perso il suo rapporto con l’acqua: sotto terra nelle falde che arricchiscono il territorio, sopra nella valli umide di Comacchio, nella nebbia, a tratti lattea a tratti caliginosa che tutto nasconde.
Mantova rimane legata alla sua storia d’acqua grazie ai laghi ormai purtroppo quasi irrimediabilmente perduti dal punto di vista della fruibilità. Il Mincio parla di Garda e di Po e ci lega all’Adriatico e a Venezia, facendoci ancora sentire la paura della piena quando arriva a lambire il lungolago, ricoprendo prati e ciclabili. In realtà il Mincio è un fiume ormai pacificato mentre il Po continua a far paura. Ricordiamo a tal proposito quanto scrivevano due figli del grande fiume Gianni Brera e ancora Giovannino Guareschi.
“Io sono padano di riva e di golena, di boschi e di sabbioni. E mi sono scoperto figlio legittimo del Po….Non esiste infatti padano vero nel cui sangue non si perpetui il timore e quindi anche l’odio per il grande fiume. Gli amori e le estasi agiografiche sono vezzi di terricoli con i piedi al sicuro.” Gianni Brera

“L’ambiente è un pezzo della pianura padana: e qui bisogna precisare che, per me, il Po comincia a Piacenza. Il fatto che da Piacenza in su sia sempre lo stesso fiume, non significa niente: anche la Via Emilia, da Piacenza a Milano, è in fondo la stessa strada; però la Via Emilia è quella che va da Piacenza a Rimini. Non si può fare un paragone tra un fiume e una strada perché le strade appartengono alla storia e i fiumi alla geografia.[…] Dunque il Po comincia a Piacenza, e fa benissimo perché è l’unico fiume rispettabile che esista in Italia: e i fiumi che si rispettano si sviluppano in pianura, perché l’acqua è roba fatta per rimanere orizzontale, e soltanto quando è perfettamente orizzontale l’acqua conserva tutta la sua dignità. Le cascate del Niagara sono fenomeni da baraccone, come gli uomini che camminano sulle mani.[…]il cielo è spesso d’un bell’azzurro, come ovunque in Italia, salvo nella stagione men buona, in cui si levano fittissime nebbie. Il suolo è la più parte gentile, arenoso e fresco, alquanto forte a monte e talora schiettamente argilloso. Una lussureggiante vegetazione ammanta il territorio che non ha un palmo spoglio di verzura, la quale cerca di stendere il suo dominio fin sopra i larghi renai del Po.[…]
Giovannino Guareschi

La salama da sugo e il cotechino
Abbiamo scelto due salumi perché sono il massimo esempio di queste terre di maiali nel senso più nobile del termine, di animali che venivano cresciuti con devozione in attesa della festa invernale dove non si buttava via niente (un ristorante ferrarese si chiama Il Testamento del Porco). Ma non possiamo dimenticare naturalmente gli altri alimenti principi della tavola padana come il pane e la zucca (coppia contro ciabatta, cappellacci contro tortelli).
La salama non si buca durante la cottura, dicono con orgoglio i ferraresi, mantiene in questo modo tutti gli umori e agli aromi di una piatto rinascimentale per eccellenza. Troppo pesante ribattono i mantovani, meglio il cotechino, che suda attraverso i fori opportunamente praticati e si sposa perfettamente con il purè o le verze e si mangia addirittura durante le sagre estive come quella dell’Assunta al Santuario delle Grazie.
In realtà non ci sono né vinti, né vincitori in questa gara che serve solo a celebrare ancora una volta la ricchezza del patrimonio della cucina tradizionale italiana. La Salama va mangiata tradizionalmente col cucchiaio. L’ideale comunque, è presentarla caldissima, accompagnata da purea di patate.
Giacomo Cecchin

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