madonna del terremotoOggi parliamo di via Pastro che si apre al fianco della chiesetta della Madonna del Terremoto per sbucare in vicolo della Mainolda. Quando la si imbocca da piazza Canossa si ha una splendida vista del cupolone di S.Andrea ma forse non tutti sanno chi era Luigi Pastro (1822-1915). Visto che siamo ancora in tema di celebrazioni dei martiri di Belfiore ecco una breve sintesi con curiosità finale.
luigi_pastroLuigi Pastro fu medico condotto (qui alcune note biografiche dal sito del senato), partecipò alla prima guerra d’indipendenza e poi fu arrestato il 24 giugno 1851 per aver presieduto il comitato mazziniano di Treviso (sua città di origine). E qui la sua storia si unisce a quella dei congiurati di Belfiore: infatti il nostro fu tradotto a Mantova nelle carceri della Mainolda e processato. Luigi Pastro non confessò mai e non tradì i suoi amici venendo definito “eroe del silenzio”. Fu condannato a 18 anni di carcere che scontò fino all’amnistia del 1857. Rientrato in Veneto andò in Piemonte diventando medico militare. Fu fatto senatore del Regno nel 1910 e morì nel 1915.
Le due curiosità sono che pubblicò un libro dal titolo “Ricordi di prigione” ( e vengono in mente Le mie prigioni di Silvio Pellico) dove si trova un sonetto a rime obbligate da lui composto a memoria (non avendo i prigionieri l’occorrente per scrivere).17237175513
Prima leggete il sonetto e poi scoprirete cosa si cela dietro ai versi:
A febbre, a fame, a stenti in preda io verso,
Te sentir però allegra spero e presto,
E render lieto in tal pensier mio verso
Ommetter non potrei; or pur mi presto,
Nè ombra ti sien le lagrime ch’io verso!
Al rovesciar dei troni io fede presto,
T’arride Iddio che a te rivolto in verso
I forti accenna a vendicare e presto;
Ve’ donde pei tiranni il fulmin parte!
Odi potente? e le nazioni sole
si destano in un punto, e d’ogni parte
Un urto sol dei re salvarle sole
O moto imprime all’ozio, certo parte
Le lente nubi onde specchiarle al sole.

Lascio allo scrittore Giampaolo Dossena lo svelare il segreto che si cela dietro questi versi.

“Non state a cercar di capire tutto, e non siate severi con certi versi, con certi giri di pensiero: la sorpresa di questo sonetto è altrove. Se leggete dall’alto in basso la prima lettera di ogni verso, e poi la seconda, e poi la terza, e poi la quarta avete:
Afeb
Tese
Eren
Omme
Nèom
Alro
Tarr
Ifor
Vedo
Odip
side
Unur
Omot
Lele
Penso che vi si debba aiutare: se leggete dall’alto in basso, come già vi avevo raccomandato, ma probabilmente non l’avete fatto, ottenete:
A te, o nativo suol
ferm’è la fede in me:
e se morrò di duol,
bene morrò per te.

Non mi risulta che in mille anni di letteratura italiana sia mai stato fatto niente di simile; e la confronto la Sala del Labirinto (in Palazzo ducale – aggiunta mia questa) mi fa ridere.
(Qualcuno potrà mettersi di buzzo buono e arrivare all’acrostico quintuplo, o sestuplo, e chissà che, se Iddio concede tempo alla nostra civiltà, non si arrivi all’acrostico undecuplo, cioè al perfetto sonetto incrociato.)
(Si potrebbe poi arrivare, salvo sempre l’acrostico undecuplo, al sonetto bifronte, secondo lo schema del Quadrato magico; ma bisognerebbe arrivarci a memoria, e in prigionia.)
(Estratto dal libro “I Luoghi Letterari – Paesaggi, opere e personaggi Italia Settentrionale” di Giampaolo Dossena, Sugar editore, Milano, 1972).

Ancora una volta la grande storia si intreccia con le curiosità (in questo caso letterarie) che però sono, a mio parere il sale della vita.
Giacomo Cecchin

 

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