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andrea_mantegna_ditoLa Camera degli Sposi di Andrea Mantegna è un vero capolavoro dell’arte mondiale ma soprattutto è una splendida macchina narrativa. In un torrione del Castello di San Giorgio il pittore rappresenta la famiglia Gonzaga in una scena privata (il marchese circondato da famiglia e cortigiani) e durante l’incontro tra Ludovico II e il figlio cardinale sulla strada per Milano. Tra ritratti, miti e imprese ci sono tuttavia almeno 5 particolari da non perdere. Ecco la mia personale selezione…

Il putto con la mela in mano –  al centro della volta della Camera si apre il famoso occhio che si apre al cielo con una balaustra da cui si affacciano delle figure femminili, un moro e un pavone. Ma sono soprattutto i putti che giocano in bilico sul cornicione o sbucano con la testa da uno dei fori del parapetto ad essere interessanti. In particolare quello che regge una mela nella mano e da quasi 542 si guarda bene dal farla cadere. In questa camera non c’è passato e non c’è futuro ma solo l’eterno presente della famiglia Gonzaga e di un tempo che tornerà a scorrere solo quando cadrà la mela. Una curiosità: un’altra mela (o forse qualcosa d’altro?) si trova nelle mani di Paola Gonzaga che la offre alla madre nella scena sul camino.

La data sulla finestra – sullo sguancio della finestra che si apre sulla parete del camino è segnata una data: 16 giugno 1465. Si tratta di un dipinto che simula un graffito sulla parete decorata a finto marmo. Quasi tutti sono concordi nell’indicarla come la data di inizio del lavoro di Andrea Mantegna che si concluderà nel 1474, almeno come sembra risultare dall’anno riportato sulla targa dedicatoria con cui il pittore celebra la sua opera.

L’autoritratto di Mantegna – in una delle lesene dipinte al fianco della scena dell’incontro (quella vicina alla porta di ingresso) si trova l’autoritratto di Andrea Mantegna. E’ un facciotto ricavato all’interno della decorazione a candelabre dei finti pilastri che incorniciano la scena. Il pittore sembra osservare con uno sguardo a metà tra l’attento e il corrucciato quello che succede all’interno della “sua” camera. La conferma dell’identificazione è data anche dalla rassomiglianza con il busto in bronzo di Andrea Mantegna che si trova all’interno della cappella sepolcrale nella basilica di S.Andrea.

La pantofola del marchese – nella scena sul camino (che funziona da vero palcoscenico) il marchese Ludovico II è seduto e gira lo sguardo verso un cortigiano che gli ha appena portato una lettera. Questo è il punto che focalizza la nostra attenzione ma proviamo ad osservare il piede del marchese. La scena si svolge in una delle stanze private del palazzo e in un momento di relax: lo dimostra la leggerezza della pantofola che fa intravedere le dita del piede in trasparenza. La cura dei dettagli e dei particolari rende la scena privata ancora più credibile e dimostra la grande abilità del pittore.

Il dito isolato – chissà a chi appartiene l’indice che indica il cavallo e che sbuca, a mezza altezza, dal tratto di parete che non presenta pittura in prossimità di una delle porte della camera. E‘ la scena dove si vede una riproduzione del ponte naturale di pietra che si trova a Veia e dove un palafreniere tiene le redini di un cavallo circondato da cani corsi. Un finto tendaggio tirato scende dall’alto ma si interrompe per una danno all’affresco avvenuto chissà quando. Chissà chi era il personaggio cui apparteneva la mano e se saremmo riusciti a identificarlo visto che molti degli uomini dipinti rimangono anonimi mentre conosciamo il nome del cane che sbuca da sotto la sedia del marchese (il famoso Rubino).

Giacomo Cecchin

#Mantova2016

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