salamandraGli affreschi di Palazzo Te sono pieni di animali che escono dalle pareti, occhieggiano dai soffitti o giocano a nascondino sui camini. Ce ne sono di tutti i tipi e, se dimentichiamo per un attimo i famosi cavalli dei Gonzaga, è possibile organizzare una sorta di caccia incruenta per individuarli. In particolare se ci limitassimo agli animali che affollano gli stemmi e le imprese dei Gonzaga ce ne sono almeno 5 da osservare. E’ proprio la camera delle imprese a farla da padrona ma alcuni di loro si disperdono per tutto il Palazzo. Eccoli di seguito…

Cane – entrati nella camera delle imprese giriamo la testa a sinistra e là in alto nel fregio c’è il famoso cane retrospiciente. Simbolo di fedeltà questo cane è di solito inserito in un contesto dove sono riportati i colori araldici dei Gonzaga: il bianco (di regola il colore del cane), il rosso (lo sfondo) e il verde (il prato dove sta seduto l’animale). Altri cani a Palazzo Te li ritroviamo nella camera dei Venti in una scena di caccia o, a volerlo considerare un cane speciale, Cerbero il tricefalo in una delle fatiche di Ercole nella sala dei Cavalli. In una delle prossime rubriche parleremo degli animali di Palazzo Ducale.

Tortora – sempre nella camera delle imprese troviamo questo elegante uccellino rappresentato sopra la porta di ingresso. L’impresa celebra l’amore coniugale eterno, quello che oltrepassa la morte e lega per sempre marito e moglie. Non per niente il motto provenzale che accompagna l’impresa è Vrai Amour ne ce change. La Tortora è appollaiata su un ramo secco (se lo guardate sembra un pesce ma in realtà è un ramo) immerso in una pozza d’acqua sporca. La tradizione rinascimentale credeva che la Tortora una volta perso il compagno o la compagna rimanesse per sempre nella condizione vedovile e anche quando andava a bere lo faceva in pozze d’acqua non limpida  per evitare, specchiandosi, di rinnovare il dolore per la perdita.

Ramarro o Salamandra – l’impresa più famosa di Palazzo Te è il Ramarro o Salamandra con il motto latino (quod huic deest me torquet) a sottolineare che quello che manca al rettile tormenta il marchese Federico II (in particolar modo il sangue caldo). Il ramarro sbuca un po’ da tutte le parti: nella camera delle imprese sul camino e nel fregio, nella sala dei cavalli sul soffitto, nella camera di Amore e Psiche alcuni putti giocano con la salamandra tenendola per la coda, nella camera dei venti e in quella delle aquile due lucertole scendono dai camini marmorei e si potrebbe continuare.

Leone – il leone diventa simbolo araldico dei Gonzaga quando Francesco I, IV capitano del popolo a cavallo del 1400, lo acquista dall’imperatore e lo inquarta nel proprio stemma. Da quel momento i leoni sono due e li ritroviamo nello stemma della camera delle imprese, nel fregio al centro della parete corta di fronte alla finestra. Ma leoni ce ne sono anche in versione non araldica come quello che affronta Ercole nei finti bassorilievi bronzei della sala dei cavalli, o quello della loggia di Davide o quelli che si ritrovano in alto nel camarone dei giganti insieme alle divinità del monte Olimpo.

Aquile – l’Aquila, un po’ come il ramarro, sbuca da tutte le parti a Palazzo Te. Ma se facciamo riferimento alle aquile araldiche dei Gonzaga le troviamo sia nell’omonima camera (la stanza da letto di Federico) sia nella camera delle imprese. Nella Camera delle aquile i rapaci sono quattro e reggono la volta della stanza ai quattro angoli come se allo stesso tempo celebrassero la gloria del marchese e ne proteggessero il sonno. Nella camera delle imprese invece circondano lo stemma gonzaghesco ma sono diventate bianche perché è caduto il colore nero originale. Anche nella camera di Amore e Psiche l’aquila di Giove aiuta la giovane ragazza nelle sue imprese, mentre sempre lo stesso rapace è appollaiato sul trono del re degli dei al centro della volta del camarone dei Giganti.

Giacomo Cecchin

#Mantova2016

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