fetonte Giulio RomanoSono arrivati i piumini, come popolarmente si chiamano le infiorescenze dei pioppi, che fanno piangere gli allergici, sembrano nevicate di primavera e accendono la fantasia degli imbecilli che a volte gli danno fuoco creando non pochi problemi.
Eppure dietro questo fenomeno naturale c’è uno dei miti più poetici che si conosca che racconta la storia di Fetonte, un ragazzo imprudente, del dio Sole, un padre che non sa dire di no, e delle Eliadi, sorelle inconsolabili per la scomparsa del fratello. Un mito legato all’Eridano, il nostro fiume Po, dove Fetonte cade e annega e pertanto profondamente padano. Se ne trovano due versioni: una di Giulio Romano (vedi disegno a fianco) nella stanza delle Aquile a Palazzo Te e l’altra a Sabbioneta nella stanza dei miti a Palazzo Giardino.
Ma cosa sono i piumini nel mito? Sono le lacrime delle Eliadi, le sorelle di Fetonte, che trasformate in pioppi da Zeus ogni anno piangono disperate la scomparsa del fratello, punteggiando le rive del Po e rinnovando il dolore per una perdita incolmabile- Per chi volesse approfondire segnalo un mio articolo dal titolo Lacrime incendiarie (riferito agli incendi di cui si parlava all’inizio) e un estratto dal libro di Giuseppe Sgarbi (padre di Vittorio) dal titolo “Non chiedere cosa sarà il futuro” (editore Skira) dove a pagina 66 si parla di Crespino, paese del ferrarese legato a Fetonte e alla sua caduta.

“Il piccolo sogno più grande di tutti, però, è quello di una passeggiata a Crespino, magari intorno all’ora del tramonto. Il cambio della guardia tra il giorno e la notte è da sempre  il momento della giornata che preferisco. Ci sono poche cose che amo come immergermi nella grande piazza dedicata a Fetonte. Una delle più belle d’Italia e tra tutte la mia preferita. Amo l’armonia di linee e volumi, la metrica perfetta del porticato del palazzo comunale e il barocco misurato della chiesa dei Santi Martino e Severo.
Un salotto affascinante reso ancora più prezioso da un tappeto di piccoli blocchi di porfido rossastro, che disegnano a terra una serie infinita di archi regolari, simili a creste d’onda che si distendono una dopo l’altra sulla battigia.
E’ nel grande spazio vuoto occupato da questo elegante tappeto di pavè che, tre o quattromila anni fa, secondo una leggenda che non ha mai smesso di accendere la mia fantasia, al termine di una corsa mozzafiato ma disastrosa, sarebbe precipitato il “Carro del Sole”.
Mi ha sempre affascinato la storia di Fetonte, figlio di Apollo (o Helios, a seconda delle versioni), dio del Sole. Esuberante, ardimentoso, ma anche imprudente come ogni giovane della sua età, per dimostrare di essere davvero figlio di tanto padre (Epafo, figlio di Zeus, ne dubitava e lo derideva) si era fatto prestare la quadriga con la quale Apollo portava il sole a illuminare cieli e terre. Peccato che, refrattario come ogni ragazzo ai consigli paterni, non abbia ascoltato l’avvertimento del saggio genitore: quel “nel mezzo camminerai sicurissimo” che Ovidio ricorda nelle sue Metamorfosi. E, così, una volta in cielo, paralizzato dallo spavento, Fetonte si coprì incapace di governare i quattro cavalli. Questi, sentendo che le briglie erano finite in mani inesperte e impaurite, si imbizzarrirono, cominciando a trascinare il carro all’impazzata su e giù. Il Sole si avvicinò un po’ troppo alla volta celeste, bruciandone un lungo tratto (secondo una leggenda fu così che nacque la via lattea) e poi scese fino quasi a sfiorare la terra, trasformando intere regioni in deserti arroventati. Quella folle corsa sarebbe continuata chissà quanto se Zeus, implorato dagli umani di scongiurare ulteriori danni, non fosse intervenuto, colpendo il carro con un fulmine e facendolo precipitare. Fetonte e i cavalli caddero nei pressi della foce di un grande fiume (lo stesso che allora era conosciuto come Eridano e oggi chiamiamo Po), esattamente nel punto in cui oggi sorge la piazza di Crespino. Un punto nel quale – come anche il visitatore più smaliziato può verificare di persona- non è più cresciuto nemmeno un albero. Che sia soltanto un caso? Forse. Ma è perlomeno strano che gli alberi abbondino, invece, a pochi decine di metri di distanza da lì, lungo gli argini del grande fiume. Pioppi, soprattutto. Il loro continuo frusciare ricorda un pianto discreto ma inconsolabile. Quegli alberi eleganti e silenziosi hanno un cuore: il cuore delle Eliadi, le sorelle di Fetonte,che Zeus, impietosito dal loro straziante dolore, trasformò appunto in pioppi.
E così, oggi come allora, le sorelle del giovane figlio di Apollo vegliano il sonno del loro incauto fratello, tra le braccia ospitali e rassicuranti dell’argine di quello stesso fiume che sfiora Stienta e Ro e che ha ritmato ogni passo e ogni pensiero di questi miei novantaquattro anni.
O terre intorno agli alti argini sole,
ove pianser; a voi discende l’Eliadi

canta Carducci ne Le Rime nuove

La tenebra odïata, e a me non duole
Non so chi sia stato a raccontarmi per primo questo mito straordinario, ma so che, da allora, non ho smesso di pensare ai pioppi come alle Eliadi e alla soffice neve di batuffoli bianchi che si liberano nell’aria come alle loro lacrime.

 

Giacomo Cecchin per http://www.mantovastoria.it

 

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