FRancesco Petrarca - studiolo del Duca di UrbinoEmptus Mantue. Iul. 6° – Quando a Mantova si veniva per comprare libri

C’è stato un periodo in cui si veniva a Mantova per acquistare libri e non per rubarli come accade ora (è un riferimento al furto di libri antichi durante il restauro della Biblioteca Teresiana). Emptus Mantue. 1350. Iul. 6°. Comprato a Mantova il 6 luglio 1350. Questa l’annotazione che Francesco Petrarca appone sull’ultima pagina della Storia naturale (Historia Naturalis) di Plinio il vecchio, manoscritto acquistato nella nostra città nel luglio di 650 anni fa.
Riempire i margini delle pagine dei suoi libri con note e frasi legate a momenti di vita quotidiana era un’abitudine del Petrarca. Questi appunti sparsi consentono a volte di individuare con precisione gli spostamenti del poeta aretino, un grande viaggiatore medievale. In altri casi registrano momenti fondamentali per la sua vita di uomo e di artista, come ad esempio la data di morte degli amici più cari.
Sul famoso codice delle opere di Virgilio, Petrarca annota la data di morte di Laura, il 6 aprile 1348. Sul manoscritto della Storia naturale di Plinio invece, oltre alla nota che ne registra l’acquisto, abbiamo un piccolo schizzo di mano del poeta che rappresenta le sorgenti della Sorga, il fiume che scorre vicino a Valchiusa, nel nord della Provenza, dove il poeta ebbe casa e visse a lungo. Accanto al passo del testo che descrive la Sorga, si vede il disegno di un’alta rupe, dalla cui base sgorga il fiume, e si legge una nostalgica frase in latino vergata dal Petrarca, “transalpina solitudo mea iocundissima”. Forse lo schizzo fu tracciato mentre il poeta aretino osservava il placido scorrere delle acque del Mincio, durante il suo soggiorno mantovano.
Purtroppo nessuno dei due manoscritti è rimasto ad Arquà, ultima casa del Petrarca, né ha fatto parte della donazione di libri che il poeta fece alla città di Venezia e che costituì il primo nucleo dell’attuale Biblioteca Marciana. L’incunabolo con le opere di Virgilio è attualmente conservato nella Biblioteca Ambrosiana di Milano. Il manoscritto acquistato a Mantova è invece alla Biblioteca nazionale di Francia, a Parigi.
Perché il Petrarca è a Mantova nel luglio del 1350? Cosa lo lega alla nostra città? Il poeta aretino viene spesso a Mantova, a partire dal momento in cui decide di acquistare casa a Parma e da lì inizia a viaggiare nelle più importanti città italiane: ad esempio Roma, nel 1350, l’anno del Giubileo, e Padova, in visita a Jacopo da Carrara che gli concederà vari canonicati con le relative rendite.
A Mantova frequenta i nuovi signori della città, i Corradi da Gonzaga (da poco più di vent’anni al potere) che non sono nobili, ma hanno i soldi e la voglia di diventarlo. Si tratta di una corte giovane e desiderosa di stringere relazioni importanti. Il poeta sarà infatti non solo ospite dei Gonzaga, ma intratterrà rapporti di amicizia con Guido, figlio del capostipite della dinastia, Luigi.
In una lettera spedita dalla Provenza verso il 1340, Petrarca scrive a Guido Gonzaga, che gli aveva chiesto una copia del Roman de la rose. Gli invia il libro e alcuni suoi commenti negativi su questo romanzo provenzale all’ultima moda per quei tempi. Il Roman de la rose, favola allegorica che descrive un percorso iniziatico all’interno di un giardino d’amore, colma di doppi significati al limite dell’oscenità, è uno dei testi che va a formare il nucleo iniziale della biblioteca gonzaghesca.

Ma Petrarca è legato alla nostra città anche e soprattutto da un vincolo affettivo e di riconoscenza. Mantova per il poeta aretino è in primo luogo, come già era stata per Dante, la patria di Virgilio, suo nume tutelare e musa ispiratrice. Non è un caso che la morte colga il Petrarca con il capo chinato sul “suo” Virgilio, il codice manoscritto lasciatogli in eredità dal padre Petracco e che lo aveva seguito in tutti i suoi viaggi.
E proprio all’autore dell’Eneide, durante uno dei suoi soggiorni mantovani (maggio 1350), Petrarca scrive idealmente una lettera in versi latini. Virgilio aveva avuto care tre città durante la sua vita: Mantova, Napoli e Roma. Nella lettera Petrarca gli da tristi notizie di Napoli, non cita Roma e parla di Mantova, luogo da cui scrive, in termini entusiastici: “In questo luogo … ho trovato la pace amica della tua campagna, e ho vagato chiedendo spesso dentro di me quali intrichi tu fossi solito percorrere negli ombrosi boschi e per quali prati fossi solito errare, e su quali rive del fiume o in quali recessi del lago che si piega in dolci curve … ti reclinassi stanco a riposare. E un simile scenario sembra quasi portarti alla mia presenza”.
Ma a parte gli scenari bucolici, quale Mantova vede Petrarca? E’ una città in fieri, un borgo medievale che non ha ancora assunto la veste rinascimentale che la caratterizza ora. Mantova si ferma al Rio, che chiude la cerchia urbana delle mura, e sulle cui rive si trovano i conventi dei francescani e dei domenicani. Il poeta, che immaginiamo arrivare da Parma, percorre l’attuale corso Umberto fino al monastero benedettino di Sant’Andrea, ancora privo dell’odierno campanile gotico. Passa poi per le due piazze comunali, delle Erbe e del Broletto, e magari si ferma a meditare davanti alla duecentesca statua di Virgilio sulla facciata del palazzo del Podestà. Attraversa il voltone di San Pietro e, invece dell’attuale palcoscenico di piazza Sordello, si infila in un dedalo di viuzze medievali, diretto verso i Palazzi dei Gonzaga, non ancora ducali. Il Duomo, nelle sue primitive forme romaniche, è vicino alle mura della città, dove manca il castello di San Giorgio, costruito solo nel 1400 da Francesco I.
La presenza ancora viva di Virgilio, in un paesaggio “bucolico” per eccellenza, non rende insensibile il Petrarca al pessimo clima estivo mantovano. In una lettera scritta nel giugno del 1350, il poeta descrive una notte passata a Luzzara, allora nei domini gonzagheschi, in compagnia di rane, mosche e zanzare che non gli consentono di prendere sonno.
Petrarca tornerà a Mantova nel dicembre del 1354, invitato dall’imperatore Carlo IV di Boemia. Il poeta, che allora viveva a Milano, impiega quattro giorni per raggiungere la città virgiliana a causa delle condizioni proibitive delle strade ghiacciate. Petrarca e l’imperatore conversano amabilmente in italiano e parlano dell’opera che il poeta sta scrivendo sugli uomini illustri, in cui prevede di inserire una biografia di Carlo IV. La presenza di un personaggio così importante mostra come i Gonzaga si stiano muovendo a livello diplomatico per rafforzare un dominio sulla città ancora troppo giovane per essere sicuro: il principe dei poeti incontra nella città di Virgilio, Carlo, erede ideale degli antichi imperatori romani.
Quando Petrarca abbandonò definitivamente la Provenza per tornare in Italia, accarezzò per un po’ l’idea di stabilirsi a Mantova. Si fermò invece a Milano, poi a Venezia, Padova e finalmente ad Arquà dove morì la notte del 18 luglio del 1374. A Mantova, signore della città era Ludovico Gonzaga, figlio del suo amico Guido, morto nel 1369.
Una vita, quella del Petrarca, passata a scrivere e soprattutto a studiare e cercare testi di autori classici (nella Biblioteca capitolare di Verona scoprirà un palinsesto con alcune lettere inedite di Cicerone). Forse si sarà recato a questo scopo anche nello scriptorium di San Benedetto in Polirone, ricco di preziosi manoscritti, dove avrebbe potuto commissionare qualche codice per la sua collezione. Mantova infatti non aveva ancora una biblioteca pubblica e sarà proprio quella del monastero benedettino, chiuso da Napoleone, che andrà a costituire il nucleo principale dell’attuale Teresiana.
Da troppo tempo la biblioteca comunale e in particolare il fondo antico è chiuso ai mantovani. Il saccheggio di un patrimonio pubblico, come quello rappresentato dai codici della Teresiana, non può essere valutato semplicemente dal punto di vista economico: si tratta di una perdita irreparabile per la tradizione culturale mantovana e non solo. In vista (si fa per dire) della sospirata riapertura della biblioteca comunale, è significativo ricordare quel che Marguerite Yourcenar fa dire all’imperatore Adriano nelle sue memorie: “Fondare biblioteche (e conservarne i libri, si potrebbe aggiungere) è come costruire ancora granai pubblici, ammassare riserve contro un inverno dello spirito, che da molti indizi, mio malgrado, vedo venire”. (Questo ultimo paragrafo fa ancora riferimento al furto dei libri antichi dalla biblioteca Teresiana)
Questo articolo è stato pubblicato inizialmente su La Voce di Mantova.

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