Occhio Camera degli sposiRiapre la Camera degli Sposi di Andrea Mantegna ed è un evento per i mantovani e per il mondo. Finalmente si volta pagina dopo il terremoto, finalmente si rientra in quella camera dove Mantegna mette in scena la famiglia Gonzaga, con i suoi pregi e i suoi difetti e con una serie di riferimenti, simbologie ed allusioni che fa sì che la stanza diventi un ipertesto con link che invitano gli spettatori ad approfondimenti e curiosità infinite.
Tra le curiosità invito chi andrà a visitare la Camera a guardare subito in alto al famoso “occhio” che buca il centro della volta e che fa entrare “il cielo nella stanza”. Qui tra i putti che si reggono in precario equilibrio, sbucano con la testa dai fori della balaustra e compiono altre evoluzioni ce n’è uno in particolare che ferma il tempo: è quello con una mela nella mano. Particolare Occhio Camera SposiE noi, da 541 anni, siamo ancora qui ad aspettare che la mela ci cada sulla testa e il tempo riprenda a scorrere, riportandoci in una Mantova in cui era bello vivere, pensare, progettare.
Per chi volesse invece un approccio più istituzionale alla storia della Camera Picta riporto un passo dal sito della Treccani:
“Fin dal suo arrivo presso la corte mantovana il Mantegna (da qui in poi M.) fu infatti impegnato quale responsabile di maggiore spicco nella realizzazione di un ampio e articolato progetto di politica artistica, che coinvolgeva non solo Mantova, ma anche le altre residenze gonzaghesche. Tra il 1463 e il 1464 l’artista è documentatamente attivo per la villa di Cavriana, per la decorazione della quale fornì una serie di disegni al pittore Samuele da Tradate, e nella residenza di Goito, dove dipinse delle tavole destinate a una cappella. Ma la maggiore e giustamente la più celebre delle imprese del M. a Mantova è senza dubbio la complessa, integrale decorazione affrescata della camera nella torre nordorientale del castello di S. Giorgio, ancora oggi nota come Camera picta, o Camera degli sposi, secondo la fortunata formula di Ridolfi (p. 70).
Le operazioni di allestimento e preparazione delle pareti furono avviate nell’aprile del 1465 e, in effetti, la data 16 giugno 1465 è iscritta nella strombatura di una finestra della parete nord, a segnare verosimilmente l’inizio dei lavori. Questi dovettero comunque protrarsi nell’insieme per quasi un decennio, nonostante le continue e impazienti sollecitazioni da parte del marchese (nell’aprile del 1470 Ludovico III lamentava che non si era neppure a metà dell’opera), fino al 1474, data di completamento che lo stesso M. appose nell’aulica targa dedicatoria sorretta da putti dipinta sulla parete occidentale della stanza. Il programma iconografico degli affreschi è stato oggetto di numerose, ampie e non sempre convergenti speculazioni, particolarmente in ordine al tentativo di scorgere una corrispondenza più o meno puntuale tra le immagini e precisi fatti storici che videro coinvolti in quel torno di anni i committenti e i loro onorevoli ospiti, per altro non sempre e non tutti identificabili con sicurezza nei tanti volti effigiati sulle pareti della camera. Ma anche di là dalla precisa occasione e dallo specifico contesto politico-diplomatico, che starebbe all’origine delle scelte iconografiche, quel che resta evidente, nello sforzo dell’artista alle prese con l’inedito ruolo eulogistico del pittore di corte, è l’ambivalente carattere celebrativo di questo prezioso «ritratto di famiglia», allo stesso tempo ufficiale e privato, come in fondo, secondo quanto attestano le fonti, doveva essere la funzione stessa della camera: luogo intimo e spazio di rappresentanza, esaltazione visiva della signoria e apologia figurata della forza dei più stretti legami parentali e dinastici. Anche sul piano delle soluzioni pittoriche, il M. adotta e sovrappone un duplice registro che distribuisce la folta galleria di ritratti in una serie di calcolate corrispondenze, tra araldica, «stemmata» astrazione e immediatezza di pose e di gesti, tra impulso narrativo e ieratica ostensione cerimoniale. Così pure il ricco e variegato apparato decorativo, ormai orchestrato dal pittore con consumata sapienza prospettica e illusionistica, da una parte, e funzionale competenza antiquaria ed epigrafica, dall’altra, fa convergere in un effetto di insieme gusto dell’antico, colte citazioni dalla trattatistica e dall’architettura classica, ispirazione ai fasti imperiali, dettaglio realistico e persino aneddotico, come nella scena della Corte o nel sorprendente trompe-l’oeil dell’oculo che si apre nel soffitto, su un’immaginaria terrazza dalla quale si affacciano donne alla moda e geni alati di mitico lignaggio. Le lungaggini e i ritardi nella conduzione dei lavori nella Camera degli sposi furono certo determinate dalla laboriosa gestazione dell’opera – di carattere sostanzialmente nuovo, non solo per il M. – e soprattutto dalla meticolosa tecnica esecutiva del pittore, che, oltre ad approntare una serie di accurati studi preparatori e cartoni per il trasferimento dei disegni sulle pareti, intervenne poi sulla stesura affrescata con numerosi ritocchi e integrazioni a secco, in particolare per quanto riguarda la realizzazione dei ritratti. Nello stesso tempo, tuttavia, a rallentare l’esecuzione dell’impresa dovettero pure frapporsi gli altri impegni assunti dall’artista e le stesse richieste di Ludovico III, il quale pure si premurava, per altro verso, di impedire che il pittore accettasse incarichi che potessero ulteriormente distoglierlo dal suo lavoro in castello”.
http://www.treccani.it/enciclopedia/andrea-mantegna_%28Dizionario-Biografico%29/

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